L’uso di antibiotici negli allevamenti di maiali

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La recente scoperta, negli Stati Uniti, di un ceppo di Escherichia Coli resistente a qualunque antibiotico ha sollevato in rete un dibattito molto acceso sull’uso indiscriminato di antibiotici degli allevamenti intensivi, individuato come la principale causa della proliferazione di batteri antibiotico resistenti che si trasmettono all’uomo che si nutre di carne di animale infetto.

Per dovere di cronaca la paziente statunitense che aveva contratto il batterio è sopravvissuta, grazie ad una serie di terapie incrociate. Ciò non toglie che gli interrogativi che questa vicenda ha sollevato restano e meritano un’attenta riflessione.

Negli allevamenti intensivi gli antibiotici si somministrano agli animali per evitare che si ammalino a causa delle condizioni di vita precarie nelle quali sono costretti a vivere.
Il problema è quindi esteso a tutte le specie allevate con questa metodologia. Tuttavia, come affermato da Paolo Ferrari, esperto del Centro Ricerche Produzioni Animali S.p.A. (CRPA) di Reggio Emilia, «ci sono alcuni animali sui quali gli antibiotici sono più utilizzati, per il tipo di allevamento o per il susseguirsi di fasi delicate, che talvolta richiedono un aiuto dai trattamenti farmacologici»

Uno di questi animali è proprio il suino. La quantità effettiva di antibiotici somministrati ai suini non è ancora rilevabile con certezza. Dati più certi potranno essere ricavati solo quando entrerà in vigore la legge che obbligherà il tracciamento elettronico dei farmaci destinati ad uso zootecnico. Ad oggi, quindi, l’unica fonte di informazioni per inquadrare al meglio l’ampiezza del fenomeno, resta la testimonianza dei medici veterinari che lavorano all’interno della filiera. Da un’intervista ad uno di questi veterinari è emerso che i suini sono sottoposti ad almeno 2 terapie antibiotiche durante il ciclo di crescita che va dalla nascita alla macellazione. Gli antibiotici vengono somministrati diluiti in acqua o mescolati nel mangime.

Durante la prima fase di crescita i cuccioli vivono nelle scrofaie a contatto diretto con le mamme. In questa fase vengono somministrati antibiotici solo in caso di bisogno mentre alle scrofe viene invece fatta un’iniezione di antibiotico sempre prima del parto, per evitare che trasmettano l’Escherichia coli ai cuccioli. Dalla scrofraia i cuccioli vengono poi spostati in capannoni più grandi dove restano fino a quando non raggiungono i 30 kg. Poi vengono ancora trasferiti in un altro allevamento dove inizia la fase ingrasso che è quella in cui la somministrazione di antibiotici è più frequente, specie quando gli animali arrivano in Italia dall’estero o anche quando, restando su territorio italiano, i cuccioli vengono spostati tra i 28 ed i 90 giorni dalla nascita in aziende agricole più grandi e strutturate apposta per poter accogliere e portare all’ingrasso gli animali. In questo caso la terapia antibiotica viene fatta a tutti gli animali indistintamente (metafilassi), sia a quelli che presentano patologie sia quelli sani, per ridurre al minimo il rischio di infezione.

Esiste una effettiva relazione tra fenomeni di antibiotico resistenza ed utilizzo indiscriminato di antibiotici negli allevamenti intensivi?

Un gruppo di ricercatori svedesi e danesi ha pubblicato su PLOS One, il risultato di uno studio volto a verificare l’influenza dell’utilizzo massiccio di antibiotici sui fenomeni di antibiotico resistenza nei suini.

Lo studio è stato svolto contemporaneamente in 4 Paesi europei (Italia, Danimarca, Svezia e Francia) ed ha analizzato lo stato di salute di suini provenienti da due tipologie di allevamento diverse: intensivo e biologico. Gli allevamenti biologici, infatti, sono sottoposti a maggiori restrizioni e controlli circa l’utilizzo di antibiotici ed agli animali viene garantita una condizione di vita migliore, l’accesso a zone all’aria aperta e un’alimentazione più sana.

Il risultato dello studio ha evidenziato che la percentuale di resistenza del batterio dell’Escherichia coli intestinale ad ampicillina, streptomicina, sulfamidici o trimetoprim è risultata significativamente più bassa nei suini allevati con metodo biologico. In Francia e in Italia, inoltre, è stata rilevata una minore resistenza anche a cloramfenicolo, ciprofloxacina, acido nalidixico o gentamicina. In nessun paese è stata riscontrata resistenza alla cefotaxima. Questo risultato evidenzia in modo inequivocabile che la comparsa della resistenza è influenzata da fattori specifici, relativi sia al paese sia alla tipologia di allevamento.

Quali possibili soluzioni?

Come sempre, in questi casi, è possibile modificare lo stato delle cose anche nel nostro piccolo. Come?

Intervenendo sulle nostre abitudini alimentari e orientando la nostra scelta su carne di carne di qualità, proveniente da allevamenti sostenibili dove il benessere degli animali è messo sempre al primo posto.

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Autore: Foodscovery

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