Le Culture perse e le Colture ritrovate

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C’è un aspetto beffardo che aleggia dietro i ricordi. Qualcosa di sottile che a tratti non ti aspetti. Ricordiamo solo quello che, appunto, riusciamo a ricordare. Tutto il resto verrà rimosso con il passare del Tempo.

E dimenticando, non solo non si potrà avere mai più quanto prima si possedeva, ma non ricorderemo nemmeno di averlo avuto. Questo processo avviene anche in quella che possiamo definire la “Cultura Popolare”; la cultura di tutti.
Fino ad un secolo fa esistevano centinaia di varietà di cereali in Italia, ognuna adatta alla vasta gamma di microclimi presenti nel nostro stivale. Il Romanello veniva seminato nelle zone di Roma, il Germanello a Perugia. L’Odessa a Siena, il Murrù ad Oristano, il turgido investito a Verona e così via. Potremmo andare avanti a lungo. Eppure pensando ai cereali antichi ci viene in mente (troppo spesso) solo il Senatore Cappelli. Questo blasonato cereale però, è arrivato nei nostri campi solo nel 1915. E prima, cosa c’era?
Per dare una risposta a questa domanda dobbiamo tener conto di chi, invece, c’era in Italia. Infatti, in passato la nostra nazione (soprattutto il Sud) è stata la terra di tante popolazioni che l’hanno attraversata o dominata. E si sa che quando qualcuno trasloca la piantina d’appartamento se la porta dietro.

Il Salento, la zona da cui provengo, è stato nei secoli scorsi attraversato da molte popolazioni. Nel III secolo a.c. i Romani conquistarono il tacco, e portarono qui il Grano Tenero Carosella, un grano semi-selvatico di bassa statura. Questo cereale viste le epoche attraversate si è diversificato in molte sotto-categorie. Infatti, arrivo di nuovo tramite gli Aragonesi, nel XIV secolo d.c, con una nuova veste, sotto il nome di Carosella Francese.

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Intorno al IV secolo d.c transito il Grano Duro Saragolla, la famosissima variante italiana del Khorasan. Nello stesso periodo, dalla vicina Grecia, ci vennero donati i “grani marzuoli”, come la Timilia. Tardivi nella semina e veloci nella crescita, ideali per le campagne dove l’acqua piovana ristagna  fino ad inverno inoltrato I Saraceni quando provarono a conquistare il tacco; tra il XV e il XVI secolo, introdussero nella mia terra alcuni tra i cereali più affascinanti d’Italia, come il Grano Duro Russarda (prima foto in basso), e il Grano Duro Capinera (o Nerime – seconda foto in basso). Quest’ultimo è citato nell’Enciclopedia Agraria Italiana del 1880 come “uno dei cereali più produttivi d’Italia” (Cantoni, 1880).

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Nel XVII e nel XVIII secolo i Borboni, nell’ultima dominazione subita, portarono il Grano Tenero Maiorca, un cereale con un basso contenuto di glutine che ben si adatta al clima del sud Italia.

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Da quasi cinque anni sono alla ricerca delle varietà di cereali che hanno attraversato il Salento nelle epoche sopra descritte. Tramite la costruzione dei “Campi Sperimentali” ho iniziato una sorta di operazione di recupero. All’inizio questo percorso venne intrapreso per pura curiosità nei confronti di un cereale in particolare, il Grano Tenero Maiorca. Negli anni successivi le tecniche di ricerca sono state affinate ed altri grani sono stati ritrovati, cinque per l’esattezza (scopri di più sui Campi Sperimentali cliccando qui).  Saragolla, Carosella, Russarda, Capinera e Maiorca. In questo quinto anno di ricerca proverò a trovare altri cereali abbandonati, grazie soprattutto alle nuove conoscenze acquisite tramite gli anziani agricoltori che mi aiutano in questo percorso. I loro occhi si illuminano se riesci ricordargli il nome giusto. Li vedi tornare bambini pronunciando il “Grano Duro Bidì” o il “Grano del Miracolo” citato persino nella Bibbia: “Poi vidi nel sogno che sette spighe spuntavano da un solo stelo, piene e belle” [Genesi 41:22]. Ci sarebbero altri nomi da poter citare ma sarebbe vano, perché il loro seme si è forse perso per sempre e la loro forma dimenticata, segno indelebile di una natura cancellata.

a cura di Ercole Maggio

Autore: Foodscovery

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