La storia del vino: tra sacralità e mito

La storia del vino

Sono moltissime le storie che si narrano in merito alle origini del vino, la maggior parte delle quali si perdono nel mito.

Come ad esempio quello che narra di Noè che aveva riservato alla vite un posto sicuro nella sua Arca salvandola da una certa estinzione. Questo si collega a quanto riportato nell’Antico Testamento in cui si attribuisce a Noè la coltivazione della prima vigna, la vite viene descritta come “uno dei beni più preziosi dell’uomo” ed il vino elogiato perché “rallegra il cuore del mortale“.

Senz’altro la vinificazione è un’attività umana molto antica ma, ad oggi, non esiste una documentazione storica in grado di stabilire il momento esatto in cui l’uomo abbia iniziato a far fermentare intenzionalmente il mosto d’uva per trasformarlo in vino.

E’certo però che lo studioso P.McGovern nel 1998, analizzando il contento di una giara (che secondo gli studi risale al 6000 a.C.) ritrovata a Hajji Firuz Tepe, a nord della catena dei monti Zagros, accerta la presenza di acido tartarico, sostanza prodotta solo dalla vite, e di resina di terebinto, additivo che serviva per la conservazione del vino, date le sue caratteristiche antiossidative.

Nnella regione del Caucaso, circa 3000 anni fa e che nelle tombe degli antichi Egizi, risalenti al II millennio, inotlre sono stati rinvenuti dei fregi che ritraevano contadini impegnati a raccogliere e pigiare l’uva.

Dall’Asia Minore la coltivazione della “Vitis vinifera” si diffuse ben presto in tutti i paesi affacciati sul Mediterraneo ma furono i Greci i primi veri maestri nella coltivazione della vite e nella trasformazione dell’uva in vino. Pare che il primo vino prodotto dai Greci fosse così denso ed alcolico che per berlo era necessario allungarlo con l’acqua!

Il popolo greco fu anche il primo ad occuparsi della conservazione di questa bevanda. Lo testimonia il ritrovamento di enormi anfore di terracotta, chiamate pithoi, che i Greci riempivano di vino e conservavano sotto terra.

Per ridurre la traspirazione della bevanda e garantire una migliore conservazione del vino, i greci cospargevano esternamente al pithoi un impasto di resina e pece che rilasciavano nella bevanda un particolare aroma resinato che ancora oggi è caratteristico dei vini greci. Da questa tecnica nasce il nome di uno dei vini da tavola più diffusi in Grecia, la Retsina.

In Italia la coltivazione della vite da vino arrivò attraverso due strade: dal sud grazie alle correnti commerciali della civiltà greco-micenea all’interno e all’esterno dei confini della Magna Grecia, e dal nord grazie agli Etruschi.

Anche le tecniche viticole erano differenti e rispecchiavano la diversa origine dei popoli che le praticavano: nel sud si trovava la vite allevata bassa, ad alberello, mentre al nord la vite veniva allevata su sostegno vivo.

I romani sfruttarono l’esperienza dei Greci per migliorare la qualità del vino ed introdussero nuove tecniche come la potatura delle viti, la scelta dei vitigni che meglio si adattavano alla tipologia del terreno e del clima e sperimentando le prime tecniche di invecchiamento del vino. È merito dei romani se la vinificazione si diffuse in tutta Europa in quanto le truppe conquistatrici di Cesare utilizzavano normalmente il vino durante le campagne di conquista sia come bevanda sia come antibatterico per contrastare le malattie infettive.

Nella sua opera Vita Caesaris, Plutarco racconta di come Giulio Cesare avesse utilizzato il vino per combattere un’epidemia di peste che minacciava di decimare il suo esercito. Attraverso le azioni di conquista i romani esportarono il vino e la coltivazione della vite in Gallia (Francia), in Germania e nella Norica (Austria).

Intorno al II sec. a.C, nel periodo di massimo splendore dell’Impero, il culto del vino raggiunse un tale grado di eccesso che fu necessaria l’emanazione di un editto imperiale per arginare la dissolutezza dei costumi che trovava il suo apice espressivo nei Baccanali, le feste orgiastiche che i romani celebravano in onore del dio del vino Bacco.

William Adolphe Bouguereau – La gioventù di Bacco, 1884

Alla caduta dell’Impero Romano, 476 d.C., vi fu un periodo di stagnazione dell’economia e la produzione ed il commercio del vino risentì fortemente della impraticabilità in cui furono ridotte le principali vie di trasporto a causa delle incursioni barbariche e dell’avvento del Cristianesimo che stigmatizzò il vino come bevanda nefasta, accusata di procurare ebrezza e piacere effimero.

Il vino continuò ad essere prodotto ma divenne appannaggio dei riti sacri celebrati nelle Chiese e da qui derivò la particolare attenzione e cura dedicate alla coltura della vite da parte dei vari ordini religiosi della penisola che, con gli anni, acquisirono grande esperienza e maestria nella produzione del vino.

Attorno all’anno 1000 il vino cominciò a circolare nuovamente in abbondanza tanto da indurre l’allora Papa Innocenzo III a proclamare nel 1215 l’ubriachezza come un “grave delitto” arginando in questo modo il fenomeno dilagante dell’alcolismo.
In questo periodo, oltre a vini stranieri importati dall’Oriente come la Malvasia, molto apprezzata all’epoca, rifiorì la fama dei vini italiani come la Ribolla, il Trebbiano, il Greco e la Vernaccia.

Ma è solo nel Rinascimento che il vino comincia a poco a poco a riconquistare il suo vecchio ruolo di protagonista nella cultura occidentale fino a quando, intorno al XVII secolo, l’arte di produrre vino si affina notevolmente grazie soprattutto all’introduzione di importanti innovazioni come le prime bottiglie di vetro, ottime per la conservazione ed il trasporto del vino, e la reintroduzione del tappo di sughero.

Maria Luigia Raggi – La Vendemmia

L’introduzione di queste innovazioni favorisce la ripresa del commercio del vino e nell’Ottocento il vino torna ad occupare, nella civiltà occidentale, un ruolo importante e di prestigio. Ma intorno alla metà di questo secolo tre gravi malattie importate dall’America, misero in serio pericolo l’esistenza della vite. Fu grazie alla scienza che furono trovati dei rimedi per ognuna di queste minacce ed apparve evidente che per assicurare una vinificazione costante, le tecniche tradizionali non sarebbero più state sufficiente.

La viticoltura moderna, per poter sopravvivere, doveva appoggiarsi sulle scienze biologiche e fisico-chimiche. Il vino divenne così oggetto di ricerca scientifica e le tecniche di produzione subirono un ulteriore processo di affinamento grazie al contributo di illustri chimici, botanici e scienziati che si adoperano per la realizzazione di vini di sempre miglior qualità e bontà.

Fortunato Depero – Il Bevitore di Anacapri

Grandi trasformazioni sono avvenute anche all’inizio del secolo scorso quando sul mercato si affaccia per la prima volta una nuova realtà vitivinicola, quella californiana, caratterizzata da un alto livello tecnologico e supportata da una notevole capacità imprenditoriale che affianca alla qualità del vino l’importanza dell’immagine del prodotto. Sulla scia della California negli ultimi anni stanno emergendo nuove realtà viticole anche in Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica.

Lo scenario enologico contemporaneo può essere quindi diviso in due distinte realtà: da un lato l’Europa che produce vini la cui qualità è legata al territorio e le cui tecniche produttive si ispirano alla tradizione, e dall’altro le potenze vinicole emergenti che praticano la massima libertà possibile in vigna e in cantina per costruire stili e sapori in funzione di precisi obiettivi commerciali.

La storia del vino perciò viene scritta ogni giorno e siamo sicuri che il fascino di questa controversa bevanda continuerà a perpetrarsi nella nostra cultura.

Scopri le piccole cantine italiane selezionate da Foodscovery, realtà artigianali con produzione limitata e indissolubile legame con il territorio.

Facebook Commenti