Impatto degli allevamenti intensivi di pesce sulla natura

allevamento di pesce

Più della metà di tutto il pesce selvatico è già sfruttata al massimo, mentre almeno un altro terzo è eccessivamente sfruttato” (FAO, state of the world fisheries and aquaculture, 2010).

I prodotto ittici, pesci e frutti di mare, rappresentano una parte importante di una dieta sana. Tuttavia la loro crescente richiesta ha spinto l’uomo ad un eccessivo sfruttamento della pesca che ha fatto registrare in questi anni una preoccupante e progressiva diminuzione delle riserve ittiche naturali presenti nei nostri mari.

Gli allevamenti ittici nascono come possibile soluzione a questo problema tanto che, nel campo della produzione alimentare, l’acquacoltura è il primo settore al mondo in termini di crescita. Ad oggi circa il 30% dei prodotti ittici italiani, e il 46% a livello mondiale, proviene da acquacoltura ma, sebbene alcune tipologie di allevamento riescano effettivamente a costituire una fonte significativa di cibo e a non impattare negativamente sull’ambiente, gli allevamenti di tipo intensivo, soprattutto per le specie ad alto valore commerciale come il salmone ed i gamberetti, hanno già provocato forme di degrado ambientale preoccupanti, oltre che importanti ricadute socio economiche: molti piccoli pescatori locali, schiacciati dalla concorrenza, sono costretti ad abbandonare la propria attività e la propria terra.

Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute del consumatore, inoltre, variano enormemente da un allevamento all’altro e da un Paese all’altro in quanto in materia non esiste ancora una certificazione che possa garantire al consumatore la rintracciabilità del pesce e che fornisca informazioni chiare sulle condizioni degli allevamenti in cui sono cresciuti.

Ma vediamo più nel dettaglio.

Impatto sull’ecosistema
Molto spesso gli ecosistemi costieri vengono fortemente compromessi dagli allevamenti intensivi. Uno dei principali problemi legati all’allevamento dei gamberetti, lungo le coste tropicali, è la distruzione delle foreste di mangrovie per fare spazio agli impianti di acquacoltura. Oltre a costituire la culla naturale di una ricchissima biodiversità animale e vegetale, le mangrovie sono un importante ostacolo all’erosione del suolo e rappresentano una barriera naturale contro uragani e maremoti.
Senza contare che la scomparsa delle mangrovie ha conseguenze disastrose sulla pesca tradizionale che è la fonte di cibo e reddito per numerose comunità locali.

Inquinamento
Gli allevamenti intensivi rilasciano nell’ambiente naturale che li circonda, enormi quantità di rifiuti: cibo non consumato, escrementi, plancton, batteri, deiezioni, antibiotici ed altri composti chimici come i disinfettanti. Gli antibiotici ed i prodotti chimici, in particolar modo, intossicano anche la fauna selvaggia e la flora che circonda l’impianto, con gravi ripercussioni sulla salute degli uomini che pescano e si nutrono di questa flora e di questa fauna.
Succede poi che quando un ecosistema viene considerato troppo compromesso per poter continuare ad ospitare un allevamento, questo venga semplicemente spostato altrove.

Focolai di parassiti
La densità di animali degli allevamenti intensivi raggiunge cifre impressionanti. Alcuni allevamenti prevedono un numero di 90000 salmoni della grandezza media di 75 cm, in una sola gabbia. Le gabbie dove vengono tenuti i salmoni sono generalmente di forma circolare o quadrata di un diametro variabile tra i 10 e i 32 metri e di circa 10 metri di profondità. Una grande gabbia può contenere fino a 90 mila esemplari di salmoni, con una densità che arriva fino a 18 kg per metro cubo. Questo favorisce il proliferare di malattie (la mortalità dei salmoni nelle gabbie va dal 10 al 30%) e di parassiti.
Tra questi ultimi i più pericolosi sono i pidocchi di mare che, simili a girini, si attaccano ai pesci e ne mangiano pelle e squame. Se queste epidemie ed infezioni interessano solo marginalmente le specie allevate, selezionate per la loro resistenza e supportate dalla somministrazione di antibiotici e vaccini, impattano enormemente sulle specie selvatiche presenti nell’ambiente marino attiguo. Uno studio recente ha dimostrato che un solo allevamento di salmoni della Columbia Britannica (Canada) genera, nell’ambiente, un tasso di pidocchi di mare 33.000 volte superiore al tasso normale, provocando infezioni mortali in un raggio di 70 km.

Impatto sulle specie libere
E’ opinione diffusa che l’acquacoltura possa ridurre il pericoloso sovra sfruttamento delle risorse ittiche derivante dall’attività di pesca intensiva. Questa opinione si dimostra assolutamente falsa nel caso dell’acquacoltura intensiva. Vediamo perché.
Soprattutto negli allevamenti intensivi di specie carnivore, in particolare di salmone e tonno, si utilizzano enormi quantità di “pesce foraggio” e di farina e olio di pesce per l’alimentazione degli animali.
Per avere un’idea degli ordini di grandezza a cui ci si riferisce , per produrre 1 tonnellata di salmone o di trota di allevamento occorrono tra le 3 e le 5 tonnellate di piccoli pesci selvatici.
Ad oggi circa 1/5 del pesce selvatico di tutto il mondo è utilizzato per produrre farina ed olio di pesce, prodotti che vengono largamente utilizzati negli allevamenti intensivi di pesce. La maggior parte di questi pesci, acciughe, aringhe e sgombri, è costituita da esemplari dagli elevati contenuti nutritivi per l’uomo e che attualmente sono considerate specie a rischio. Secondo la FAO le due famiglie di acciughe del Pacifico meridionale, il merlano dell’Alaska nel Pacifico settentrionale e il merlano blu dell’Atlantico, sono le specie più sfruttate in assoluto.
Alla fin fine in quest’operazione si utilizza molta più carne di pesce di quanta non se ne produca e la pressione sulle riserve di pesce libero non diminuisce. Vista in questa prospettiva, l’acquacoltura non può essere l’alternativa alla pesca, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove pochissime persone possono permettersi prodotti come il salmone affumicato.

Minaccia alla biodiversità
La selezione operata sui pesci di allevamento rende gli animali non adatti alla sopravvivenza negli ambienti naturali. Alcuni allevamenti praticano tecniche di ingegneria genetica sui pesci al fine di aumentarne i ritmi di crescita e la resistenza al freddo e alle malattie. Se ad oggi non esistono ancora informazioni sulle conseguenze di queste pratiche sulla salute umana, diversi studi sono stati fatti sui suoi effetti sull’ambiente acquatico. Molte organizzazioni ambientaliste evidenziano che la fuga dei pesci dai bacini di allevamento, fenomeno abbastanza diffuso, rappresenta un potenziale disastro per l’ecosistema marino, per due motivi in particolare:
1) l’introduzione di specie non locali (alloctone) nelle vasche di allevamento: la loro fuga diventa una potenziale minaccia per le specie autoctone in quanto questi esemplari più grandi, più forti e più prolifici mangiano gli esemplari più giovani e piccoli e propagano malattie e parassiti;
2) la contaminazione tra pesce selvatico e pesce allevato determina un pericoloso impoverimento del patrimonio genetico della fauna marina. I pesci di allevamento, infatti, non sono adatti geneticamente a sopravvivere in un ambiente libero.

Per far fronte a questi pericoli si sta sperimentando una nuova aberrazione genetica che consiste nella sterilizzazione degli animali attraverso la tecnica della triploidia che induce alla produzione di ovuli imperfetti nelle femmine ed alla produzione di spermatozoi abortivi nei maschi.

Composizione nutrizionale del pesce allevato rispetto al pesce selvatico
I livelli dei nutrienti nei pesci allevati, in particolare la composizione degli acidi grassi, è influenzata dall’alimentazione e dallo stile di vita.
I pesci allevati in allevamenti intensivi, in particolare quelli carnivori come le trote ed i salmoni, sono più grassi di quelli selvatici e nella loro carne sono stati ritrovati pigmenti sintetici, come la cataxantina e la astaxantina, utilizzati per dare un colore più sano al pesce allevato

Conclusioni
L’acquacoltura potrebbe essere una risposta plausibile allo sviluppo sostenibile del settore ittico?
La risposta a questo interrogativo possiamo trovarla nella seguente dichiarazione rilasciata dalla FAO Fisheries Department, nel 1997.

Lo sviluppo sostenibile consiste nella gestione e nella conservazione delle risorse naturali e nell’orientamento di innovazioni tecnologiche e di cambiamenti istituzionali in modo da assicurare la soddisfazione delle necessità dell’uomo, per le presenti generazioni e per le future. Tale sviluppo sostenibile (in agricoltura come nel settore della pesca) deve conservare la terra, l’acqua, le risorse genetiche di flora e fauna, non deve degradare l’ambiente, deve essere tecnologicamente appropriato, economicamente perseguibile e socialmente accettabile.

Autore: Foodscovery

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