I costi invisibili del cibo low cost

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L’anno scorso in occasione di Expo 2015 si è tenuta una conferenza cui costi reali del cibo a buon mercato. A questo incontro ha partecipato Sergio Capalbo, fondatore del presidio Slow food della carne di razza Piemontese, il quale, in una delle ultime battute del suo intervento, afferma «Oggi al cibo si dà un valore mercificato, senza considerare ciò che c’è dietro. Oggi il cibo costa troppo poco, in rapporto a quanto costa un sms o una telefonata».

Poche parole per dipingere, con spaventoso realismo, tutta la superficialità che contraddistingue l’approccio al cibo del consumatore contemporaneo, così abituato alla disponibilità sul mercato di cibo a buon mercato che raramente si sofferma a pensare come sia possibile giustificare un prezzo così basso.

Abbagliati dall’idea che più il cibo è economico più è accessibile a tutti, ci sfugge un particolare importante: il valore del cibo non è dato dal suo costo bensì da come è stato prodotto. È importante, infatti, considerare che il costo del cibo si porta dietro il duro lavoro dell’agricoltore o dell’allevatore, la lotta con i parassiti delle piante e le malattie degli animali, i concimi, il mangime, avere cura della terra, assicurarsi di non avvelenarla, di non avvelenare le acque e di salvaguardare la biodiversità con le coltivazioni o allevamenti di piante ed animali autoctoni.

Dietro il cibo low cost, invece, si muove un sistema economico che sicuramente arricchisce i dividendi degli azionisti delle multinazionali del cibo ma, contemporaneamente, contribuisce ad inquinare l’ambiente con le colture e gli allevamenti di tipo intensivo, impoverisce i lavoratori agricoli costringendoli il più delle volte ad abbandonare la terra e rimpinguare le righe della disoccupazione urbana, minaccia i piccoli produttori locali, minaccia la biodiversità e mette a rischio la sicurezza alimentare dei Paesi, soprattutto di quelli in via di sviluppo.

I costi vivi degli impatti sull’ambiente, sull’occupazione, sulla salute stessa dell’uomo, si traducono nei costi invisibili ma tuttavia tangibili che, ben lungi dall’essere ripagati dall’industria alimentare stessa, ricadono sui cittadini inconsapevoli sotto forma di tasse e cure mediche.

Intanto il costo del cibo industriale continua ad abbassarsi.

Secondo dati recenti in America, patria dei fast food e del cibo economico, il costo della spesa alimentare si aggira intorno al 7/10% sul totale dei consumi mentre, solo trenta anni fa, si aggirava intorno al 20%.

Non poco tempo fa la FAO (Food and Agricolture Organization) ha dichiarato che l’indice dei prezzi alimentari ha toccato il punto più basso da sette anni a questa parte.

Eppure, a dispetto della propaganda avallata dalle multinazionali del cibo secondo la quale solo un modello industriale su larga scala e a costi ribassati può sfamare una popolazione mondiale in continua crescita, è la stessa FAO che avverte che nel mondo ci sono ancora circa 800 milioni di persone denutrite e che per sfamarle basterebbe anche solo il volume degli sprechi alimentari.

Oggi la povertà è un problema di tipo economico e sociale, che non ha nessun legame con la scarsità del cibo. Ecco perché non ci può essere nulla di etico o di giusto nella politica dei bassi costi applicata al cibo di certa insensata grande distribuzione.

Autore: Foodscovery

Foodscovery è il mercato online che permette a chiunque di poter ordinare tesori dell’enogastronomia direttamente dai piccoli produttori custodi delle tradizioni locali.

Il progetto Foodheroes nasce dalla community di piccoli produttori, ristoratori, consumatori consapevoli e tutti coloro i quali condividono i nostri valori e che ogni giorno sono attivi per preservare la sostenibilità del mondo agroalimentare locale.

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