Dall’allevamento intensivo agli allevamenti estensivi e biologici

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In tema di antibiotici negli allevamenti di tipo industriale è importante chiarire una cosa: l’uso di farmaci negli allevamenti intensivi non implica il fatto che la carne prodotta contenga tracce di antibiotici.

Ad ovviare a questa possibilità c’è l’attività di controllo svolta dai veterinari AUSL che, periodicamente, effettuano dei campionamenti, sia negli allevamenti che nei macelli, mediante i quali è possibile rilevare la presenza di residui di medicinali o di altre sostante vietate, garantendo, in questo modo, la salubrità della carne destinata al consumo da parte dell’uomo.

La vera minaccia alla salute umana è costituita dall’uso improprio dei trattamenti antibiotici che stanno determinando la proliferazione, negli animali, di batteri antibiotico resistenti che, come è stato accertato, possono attaccare anche l’uomo, con tutte le conseguenze negative che ne derivano per la nostra salute.

Il caso più eclatante di uso improprio di antibiotici avviene negli allevamenti intensivi di broiler, ovvero dei polli da carne. L’opera selezionatrice dell’uomo su questi animali ha determinato la creazione di esemplari in grado di crescere molto velocemente in particolari condizioni ambientali e se sottoposti ad una specifica alimentazione. Contrariamente a quanto avviene in natura, questi animali non sono costretti ad adattarsi all’ambiente per sopravvivere ma è l’ambiente che li accoglie che deve essere modificato dall’uomo, in modo che possa risultare adeguato a farli crescere ai ritmi stabiliti dal mercato.

Questi animali, che rappresentano oltre il 95% della produzione avicola, hanno pertanto una costituzione molto debole che li rende molto più vulnerabili alle malattie rispetto alle altre razze avicole.

Questi polli sono costretti a vivere ammassati in capannoni molto grandi, illuminati artificialmente e spesso dotati di sistemi di ventilazione non adeguati. L’altissima densità di polli per mq, unitamente alle pessime condizioni ambientali, sono fattori che incidono notevolmente nella diffusione delle infezioni. Se a questi fattori aggiungiamo la debolezza genetica della razza, l’utilizzo degli antibiotici – che rappresentano comunque un costo non indifferente per l’allevatore – diventa quasi una necessità.

Questo modello produttivo è diventato così efficiente che, come osserva Cesare Castellini, docente di discipline zootecniche presso l’Università di Perugia “risulta difficile promuovere un modello diverso basato su un allevamento estensivo in grado di garantire maggior rispetto del comportamento e del benessere animale”.

Secondo il docente, infatti, se è vero che negli allevamenti di tipo estensivo o biologici, dove le gli animali vivono in spazi più larghi, l’uso degli antibiotici è minore è anche vero che questo tipo di produzione può costare anche il 50% in più rispetto ai metodi intensivi.

Tuttavia, l’opera di sensibilizzazione di associazioni di settore unitamente allo spauracchio per i fenomeni accertati di antibiotico resistenza, hanno determinato dei, seppur piccoli, cambiamenti. A seguito dei casi conclamati di influenza aviaria e di salmonellosi, il governo ha avviato una serie di piani di sorveglianza atti a migliorare le condizioni di vita degli animali negli allevamenti, istituendo, parallelamente, una serie di programmi di autocontrollo e di controllo ufficiale in carico ai veterinari delle AUSL.

Grazie anche al Piano Ministeriale varato per la lotta all’antibiotico resistenza, sono sempre più numerose le aziende che cercano di utilizzare meno antibiotici e di limitare il trattamento con i vaccini ai pulcini quando sono ancora in incubatorio.

Le grandi aziende stanno adeguando gli impianti per rendere migliori le condizioni di vita degli animali all’interno dei capannoni, migliorando la ventilazione, le condizioni della lettiera, ed il grado di umidità. Stanno anche sostituendo i farmaci con principi attivi naturali come i prebiotici, probiotici e gli oli essenziali, nella convinzione che il miglioramento delle condizioni igieniche degli animali è un’opera di prevenzione sicuramente efficace.

Eppure, secondo Annamaria Pisapia, direttrice di Compassion in World Farming CIWF Italia Onlus, il miglioramento delle condizioni ambientali non basta a limitare il problema dell’utilizzo degli antibiotici per ridurre il quale è necessario lavorare anche sugli aspetti di selezione delle razze, sulla riduzione della densità degli animali, e sulla possibilità di effettuare un monitoraggio sui dati effettivi dell’uso dei medicinali in campo veterinario.

In paesi come la Danimarca e l’Olanda, dove la somministrazione dei farmaci negli allevamenti è un’attività tracciata in modo trasparente, i dati di vendita degli antibiotici per uso veterinario sono calati, negli ultimi anni, anche del 70%.

Il dibattito resta aperto e solo il consumatore attento riuscirà – nel suo piccolo, giorno dopo giorno – a decidere quale sarà la tipologia di allevamento delle prossime generazioni.

 

Autore: Foodscovery

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