Caporalato: la filiera del pomodoro in Puglia

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Foggia, Taranto, Lecce e Brindisi sono le quattro città che geograficamente definiscono il cosiddetto quadrato dell’oro rosso, ma anche quelle in cui il fenomeno del caporalato è più diffuso.

In questo territorio ogni estate, tra luglio e settembre, arrivano migliaia di stranieri per offrire la loro manodopera per la raccolta stagionale dei pomodori destinati, per lo più, alle aziende di trasformazione campane che ne ricavano i passati ed i pelati che andranno a riempire gli scaffali della GDO.

Molti di questi stranieri hanno i documenti in regola ma tantissimi altri no. Per l’intero periodo della raccolta vivono ammassati nelle baraccopoli sorte all’occorrenza, in condizioni igieniche terribili ed ogni mattina vengono prelevati dai caporali che li accompagnano ai campi.

In Puglia le baraccopoli vengono chiamate anche ghetti. Il più noto di questi è quello di Rignano Garganico, in provincia di Foggia, dove trasmette anche una radio, Radio Ghetto appunto, per dare voce ai circa 1500 braccianti che vivono in container malandati e per lo più senza acqua potabile.

Ogni ghetto ha un nome e all’interno gli abitanti sono divisi per nazionalità. Il lavoro nei campi a salari talvolta bassissimi – 2/3 euro l’ora -, però è anche peggio delle baraccopoli fatiscenti nelle quali vivono: lavorano tutto il giorno sotto il sole cocente, niente pause fino a che il sole non smette di battere e sopraggiunge la sera.

Spesso i braccianti sono costretti a fare uso di metanfetamine ed oppio per reggere la fatica, il ché non contribuisce a migliorarne le condizioni di vita e, spesso, si verificano incidenti gravi nei campi e ci scappa anche il morto.

Secondo un rapporto della Flai-Cgil, il sindacato dei lavoratori dell’agroindustria, la maggior parte dei braccianti lavora in nero. Il resto dei soldi lo intasca il caporale. Nonostante le dichiarazioni degli imprenditori, secondo i quali il peso della manodopera manuale risulti sempre più marginale con l’introduzione della raccolta meccanica, il sindacato ha rivelato che tra il quadrato pugliese e la vicina area di Potenza, ogni anno vengano impiegati tra i 18 mila ed i 19 mila braccianti nella raccolta dei pomodori.

Nel 2014 venne firmato un protocollo per la responsabilità sociale ed etica nella filiera delle conserve di pomodoro. Nel documento vengono evidenziati i problemi di caporalato ed utilizzo illegale di manodopera e richiesta l’applicazione di salari commisurati al lavoro, garanzia dei diritti e delle tutele.

Il protocollo viene firmato tra sindacati ed associazioni imprenditoriali ma i risultati positivi faticano a manifestarsi visto che i casi di morte dei braccianti non sono scomparsi.

Secondo il sindacato il problema sarebbe risolvibile con il rifiuto da parte dell’industria alimentare di accettare pomodori raccolti grazie allo sfruttamento dei lavoratori. In questo modo le aziende irregolari non avrebbero più mercato. Ma un ruolo importante nell’irregolarità della filiera è rivestito soprattutto dalle Organizzazioni dei Produttori (OP) che fanno da intermediari tra le piccole aziende agricole e le industrie di trasformazione.

Secondo i sindacati le OP invece di denunciare gli episodi di caporalato, lo sfruttano a loro vantaggio. Sarebbero proprio loro ad assoldare i caporali e ad intascare gli utili derivanti dal lavoro nero.

Anche in questo caso, però, si potrebbe più facilmente controllare la filiera se si obbligassero le OP a dichiarare il numero di lavoratori necessari per ogni tonnellata di raccolto ed a metterli in regola provvedendo a versare i dovuti versamenti previdenziali.

Molte altre soluzioni sono state discusse da quando il tema del caporalato è venuto alla luce attraverso i media, ma l’unica possibilità di cambiamento può e deve partire dalla consapevolezza di ciò che compriamo e ciò che mangiamo. Come al solito solo il consumatore attento, con le sue scelte quotidiane consapevoli, può fare molto (si pensi alla lotta vinta contro l’olio di palma per esempio) e nel suo piccolo contribuire ad una rivoluzione che necessariamente deve partire dal premiare le realtà virtuose per la società e l’ambiente.

Autore: Foodscovery

Foodscovery è il mercato online che permette a chiunque di poter ordinare tesori dell’enogastronomia direttamente dai piccoli produttori custodi delle tradizioni locali.

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