Allevamenti intensivi ed uso eccessivo di antibiotici

Antibiotici

L’utilizzo indiscriminato degli antibiotici negli allevamenti intensivi è stato individuato come una delle principali cause dei fenomeni di “antibiotico resistenza” riscontrate nell’uomo. Negli ultimi anni la diffusione di batteri antibiotico resistenti ha raggiunti livelli preoccupanti tanto che nel 2011, in occasione del giorno mondiale della Sanità, il direttore generale dell’OMS, la dottoressa Margaret Chan, ha lanciato l’allarme dell’arrivo di un’era post-antibiotica nella quale molte infezioni comuni (che attaccano gli uomini come gli animali) non avranno più una cura. Questo allarme disegna la prospettiva angosciosa ma sempre più reale di un mondo senza più antibiotici efficaci.

Perché vengono utilizzati gli antibiotici negli allevamenti di tipo intensivo?

Gli allevamenti intensivi si caratterizzano per un’altissima densità di animali per metro quadro. Questo sovraffollamento facilita enormemente lo sviluppo e la diffusione di infezioni e malattie: lo stress rende gli animali più sensibili alle infezioni batteriche e la promiscuità è il viatico naturale per la diffusione del contagio.

Poiché il sovraffollamento, caratteristico degli allevamenti intensivi, impedisce di poter isolare e curare l’animale malato, gli allevatori somministrano sistematicamente e preventivamente la stessa dose di antibiotici a tutti gli animali dell’allevamento, sia ai soggetti malati che a quelli sani, favorendo così il prolificare di batteri resistenti ai farmaci.

Un po’ di storia

L’uso degli antibiotici negli allevamenti intensivi fa la sua prima comparsa intorno agli anni 40 del secolo scorso ed i primi risultati di questa pratica furono a dir poco entusiasmanti per gli allevatori. Gli antibiotici, infatti, acceleravano la crescita degli animali (aumento della produttività) e mantenevano sotto controllo il rischio di epidemie (abbattimento del rischio) che periodicamente si sviluppavano negli ambienti malsani e sovraffollati nei quali gli animali erano costretti a vivere. L’impennata dei guadagni economici, registrata dagli allevatori in quei primi anni, soffocò sul nascere qualsiasi scrupolo sul possibile impatto che questa strategia avrebbe potuto avere, a lungo andare, sul consumatore finale: l’uomo.

La prima somministrazione di penicillina agli animali fu fatta nel 1942 negli Stati Uniti. Già nel 1953 l’allora ministro della salute Macleod presentò i risultati stupefacenti di questa sperimentazione in termini di produzione. A nulla valsero, in quella occasione, gli avvertimenti sulle imprevedibili conseguenze di questa pratica mossi dei deputati Hugh Linstead e Barnett Stross. In particolare Stross dichiarò: “Ci stiamo incamminando su una terra straniera. Se i maiali verranno nutriti così si potrebbero sviluppare e diffondere nuovi tipi di batteri resistenti alla penicillina, che i maiali mangerebbero regolarmente […]. In questo caso perderemmo i benefici che siamo sul punto di raggiungere […], se i batteri dovessero trasferirsi agli uomini ci troveremmo in difficoltà”.

Il discorso a dir poco profetico di Stross non fu accolto con l’attenzione che avrebbe meritato e ben presto questo comportamento imprudente diede i suoi primi e preoccupanti riscontri. Nel 1960 ci fu la prima epidemia di salmonella. Si trattò del primo super batterio al mondo resistente a molte medicine. Migliaia furono le persone ricoverate ed almeno 4 i decessi. Tutti bambini.

La situazione attuale

Da allora la situazione purtroppo non ha subito le evoluzioni sperate in termini di tutela della salute, animale ed umana.

Negli Stati Uniti, ancora nel 2009, su 13 mila tonnellate di antibiotici prodotti solo il 20% veniva destinato all’uomo. Il restante 80% veniva destinato agli allevamenti e di questo solo il 10% veniva utilizzato per fini terapeutici, mentre il 70% veniva utilizzato per le profilassi preventive e per promuovere la crescita degli animali.
Nel 2012 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) rivela che il 50% della produzione mondiale di antibiotici è finalizzata all’allevamento.

Fortunatamente tuttavia esistono importanti disomogeneità da Paese a Paese. In Europa, ad esempio, la vendita di antibiotici ad uso veterinario, incluso il suo utilizzo negli allevamenti, è in calo grazie alle politiche sanitarie adottate in diversi Paesi e alla responsabilizzazione degli operatori del settore.

Nonostante questo, però, nell’UE muoiono 25 mila persone all’anno (dato del 18 novembre del 2009) per infezioni causate da microrganismi resistenti ai medicinali e la Commissione Europea stima che questo determini un costo di almeno 1 miliardo e mezzo di euro all’anno, e ha descritto la resistenza agli antibiotici come “una questione importante e per nulla risolta nella salute pubblica”

Scenari apocalittici

L’uso indiscriminato degli antibiotici in zootecnia sembra sia destinato a crescere come sottolinea un recente studio pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences degli USA) che stima che a livello mondiale tra il 2010 e il 2030 il consumo globale di antimicrobici aumenterà del 67% sia perché il numero di animali allevati per la produzione alimentare è destinato a crescere, sia perché si stima che gli allevamenti intensivi, economicamente più convenienti, soppianteranno gradualmente gli allevamenti di tipo tradizionale.

La situazione italiana

Nel nostro paese, purtroppo, i dati relativi al consumo degli antibiotici negli allevamenti intensivi non è incoraggiante ed il 71% degli antibiotici venduti è destinato ad uso veterinario che include l’utilizzo negli allevamenti. Basti pensare che per produrre un chilo di carne vengono utilizzati 2-3 volte la quantità di antibiotici utilizzati in altri Paesi d’Europa. Il nostro Paese è il terzo maggiore utilizzatore di antibiotici negli animali da allevamento in Europa (dopo Spagna e Cipro), con un consumo più alto di quello effettuato da altri paesi di simili dimensioni (il triplo della Francia e cinque volte il Regno Unito).
Ma il dato più allarmante è quello relativo al numero dei decessi determinati dall’antibiotico-resistenza registrati negli ultimi anni in Italia: dai 5000 ai 7000 casi in un anno con un costo relativo di 100 milioni di euro (dati Simit)

Tutela del consumatore

Esiste una normativa a tutela del consumatore che limita la presenza di residui antibiotici nella carne interrompendo il trattamento farmacologico sull’animale qualche giorno prima della sua macellazione. Tuttavia il pericolo non è da ricercare unicamente nel prodotto destinato al consumo. La diffusione di batteri resistenti agli antibiotici può diffondersi all’interno degli allevamenti attraverso gli stessi allevatori. Come? Attraverso il contatto diretto tra animale e uomo e che può avvenire ad esempio quando gli allevatori toccano gli animali e poi portano inavvertitamente le mani alla bocca.
Inoltre i batteri sviluppati negli animali vengono eliminati attraverso le feci e possono quindi ritrovarsi negli ortaggi o nella frutta concimata o annaffiata con acqua contenente residui di reflui zootecnici.

Negli ultimi anni, la presa di coscienza di questo problema ha determinato l’adozione di misure più efficaci per limitare i danni. La Danimarca, ad esempio, ha adottato una serie di provvedimenti volti a limitare drasticamente l’utilizzo di antibiotici in ambito zootecnico anche se, purtroppo, resta un esempio isolato nonostante il fattore in gioco, oltre alla sofferenza procurata agli animali, sia la nostra stessa salute.

In questo magazine tratteremo spesso questa importantissima tematica e vi proporremo le storie di allevatori responsabili ed eticamente corretti, nonchè vi forniremo, attraverso la nostra piattaforma Foodscovery, la possibilità di acquistare direttamente le loro produzioni.

Autore: Foodscovery

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